VenetoWorld

mercoledì 7 dicembre 2011

Barbara Marcotulli intervista i ragazzi di InfART


Stanno a Bassano. E fin qui niente di strano: per fortuna, hanno smesso di sorprendersi i tanti che credevano le sperimentazioni sull’ arte contemporanea possibili, a certi livelli, soltanto nelle grandi città. Anzi, ho idea che sia proprio questa dimensione più raccolta a permettergli di esplorare differenti aspetti della loro arte. E’ come se essere (un po’ più) distanti da “certi giri” gli offrisse una chance di vedere le cose intuitivamente, invece che intellettualmente. Forse è proprio quello che permette al Festival, InfArt, di tornare ogni anno, ormai da cinque, senza ripetersi.
“It’s like being reborn; it’s like rebirth; it’s like starting over”. Lo dice David LaChapelle di ogni suo nuovo lavoro, e direi calzi anche gli artisti dell’InfArt Crew, che tornano ogni volta da dove sono partiti, da dove hanno cominciato; chiudono ogni volta il cerchio ma riescono a darti l’impressione che sia un cerchio sempre diverso.
Gli ho chiesto come.

Vorrei cominciare chiedendovi un po’ di come è nato InfArt. Volete darci un po’ di background?
INFART è nato nel 2007 dalla viscerale esigenza di comunicare ciò che di arte urbana viviamo e vediamo. Volevamo colpire anzi, coinvolgere un pubblico più eterogeneo possibile e abbiamo scelto di farlo creando eventi non convenzionali, in location pubbliche e private distanti dal classico clichè artistico, affiancando musica e performance per attrarre anche coloro che non sono appassionati d’arte. Siamo ormai giunti alla 5° edizione di un festival che ogni primo week-end di settembre, porta in una piccola cittadina come Bassano del Grappa più di 10.000 persone.

Il Veneto è una regione ricca, ma a volte benessere e cultura possono viaggiare a lungo senza incontrarsi. E’ successo cosi anche per voi? Avete sentito il problema? Come avete scelto di affrontarlo?
La questione sulla ricchezza che può portare ad un inasprimento delle iniziative legate alla cultura è un argomento a nostro avviso di carattere globale. Tuttavia noi siamo la prova che è ancora possibile creare iniziative di successo, facendo cardine su ciò che sta alla base di tutto, cioè credere in ciò che si fa e lavorare duramente nel perseguirlo, indipendentemente dalla politica e dalla capacità economica del luogo in cui ci si trova. Fortunatamente abbiamo il supporto delle istituzioni e di tante aziende che investono nella cultura, sapere che non siamo da soli, è decisamente una spinta in più!

E’ stata la mia prima volta ad InfArt. Come la maggior parte di chi ci legge ho vissuto diversi altri Festival, più o meno importanti, nelle “solite” location blasonate di Roma, Milano, Bologna, Venezia… In cosa InfArt è diverso dagli altri, cosa lo rende unico, speciale?
Penso che derivi tutto dall’atmosfera che si respira, un’atmosfera informale, che cambia a seconda della location in cui si è. Il Festival infatti si svolge in quattro punti della città, differenti per struttura e collocazione. In ognuno di essi il pubblico percepisce sensazioni differenti, ci sono momenti più intensi e riflessivi e momenti più di svago. Il mix che siamo riusciti a proporre grazie anche all’incontro dell’arte con la musica, secondo noi è l’ingrediente di successo.

Partendo da li, allora: c’è senz’altro un momento, un artista, una performance, un’edizione che sentite più vostra di altre. Quale, o chi?
Non c’è un momento preciso in cui siamo stati soddisfatti, piuttosto credo sia una sensazione di soddisfazione che si manifesta alla chiusura di ogni edizione, quando ci rendiamo conto che è tutto finito e che ha funzionato per l’ennesima volta, anzi ogni volta di più. Ciò che ci riempie il cuore è vedere che questa creatura cresce di anno in anno e che sempre più persone se ne accorgono e vogliono collaborare con noi.

Al contrario, allora, quali sono gli aspetti più complessi del mettere su una nuova edizione di InfArt?
Il problema principale è legato al tempo, ogni membro del collettivo infatti ha un lavoro a tempo pieno, va da sè che il tempo utilizzato per lo sviluppo del festival viene sottratto dal tempo libero di ognuno di noi. Poi ovviamente capitano sempre imprevisti, dai voli degli artisti persi o annullati tre giorni prima, ad un importante permesso comunale finito chissà dove, ma tutto ciò è tanto imprevedibile quanto normale. La cosa bella è che non ci manca affatto la tenacia e la capacità nel cosiddetto problem-solving.

Come siete riusciti a contrastare la crisi economica, i tagli ai finanziamenti e l’aria “sfigodepressa” che negli ultimi anni aleggia sulle iniziative culturali?
Come vi è noto il Festival si svolge in settembre, ciò che la gente non sa è che i sottoscritti si siedono al tavolo di lavoro ad ottobre. Esattamente 11 mesi prima di ogni edizione. La prima cosa che facciamo è un adeguato piano economico in relazione alle nuove idee da sviluppare. Se disponessimo di tutti i soldi che mettiamo a budget per le avanguardistiche idee che partoriamo, probabilmente saremmo tutti ricchi. Scherzi a parte, mese dopo mese dobbiamo lavorare di fino, cucire e scucire asseconda di ciò che arriva dall’esterno e di ciò che siamo stati in grado di investire. Con gli sponsor mettiamo sul tavolo ciò che siamo e ciò che abbiamo da offrire e più riusciamo a comunicarlo, più le persone credono in noi. Fino ad oggi i risultati sono stati sufficienti a permetterci di essere ancora in corsa.

Quello del Festival è un modello rischioso, ma assumersi rischi, in genere, paga. Per voi lo ha fatto da subito? E’ per quello che avete scelto di ripetere la stessa formula, anno dopo anno?
Per noi è stata la terza edizione, il “SAY YES! TO INFART” a darci la spinta verso il cambiamento. Da quell’anno in poi la crescita è stata esponenziale. Nelle ultime tre edizioni infatti, la mole di lavoro e la responsabilità sono cresciute notevolmente, tuttavia non abbiamo voluto cedere alle problematiche e alle pressioni, riproponendo sempre la stessa formula di base. Siamo dell’idea infatti che un’iniziativa culturale di partenza dev’essere un’iniziativa gratuita e questo non ci permette molta libertà di manovra ma ci rende sicuramente più determinati. Ovviamente più il Festival diventerà grande e più dovremo trovare aiuto a livello di risorse ma riteniamo il nostro pubblico capace di comprendere tutto ciò e di adeguarsi alle più svariate situazioni.

Quanto ci sarà ancora di voi nella prossima edizione?
La cosa buffa è che, anche se avessimo una segretaria e tre manovali a testa, non riusciremmo a starcene davanti al computer a pianificare e dirigere. Ci troveresti comunque ad imbiancare i muri per gli artisti e a spostare le transenne per i fornitori dei bar. Perchè siamo fatti così, abituati a far tutto da soli con l’aiuto di amici preziosi. Ed è questo l’evento, questa un’altra delle sue carte vincenti, è fatto da noi in prima persona quindi alla tua domanda “Quanto ci sarà ancora di voi nella prossima edizione?” rispondiamo “ci saremo Noi”, come è sempre stato.

fonte: E-Zine
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