giovedì 24 febbraio 2011

Intervista a Wally e Alita - Orticanoodles


Loro si chiamano Orticanoodles. E le loro opere - le opere di Wally e Alita - sono infestanti, come l’ortica che prolifera ovunque lasciando al vento il compito di trasportare i semi.

Condividono la passione per lo stencil e le loro opere vengono presto apprezzate dal mondo della Street art internazionale.

Nel 2004 iniziano le prime azioni di campagne-anticampagne di affissione in strada, durante le quali il brand appare in molte città italiane ed europee: il volto di un Cristo tipizzato, con lo sguardo rivolto nel vuoto, senza un interlocutore preciso, come spaesato, che sembra avere perso i suoi connotati tradizionali per divenire il volto di chiunque.

Nello stile di Orticanoodles nulla viene buttato, come in una densa zuppa Pop fatta di relazioni innescate, ripetizione e proliferazione del messaggio.

Due anni dopo arrivano le prime tele e le esposizioni collettive in Europa, Canada ed Australia. Nel 2008 l’artista inglese Banksy li invita insieme ai romani Sten & Lex e Lucamaleonte al “Cans Festival” di Londra, nel quale espongono Freedom, uno stencil di 4×3 metri realizzato a Waterloo Station.

L’anno seguente sarà quello della svolta stilistica: oggetti di uso quotidiano iniziano a comparire sulle tele come simboli che dominano il presente.

La decadenza del mondo contemporaneo ispira ancora poesia e bellezza.

Questo è, brevemente, il passato di Orticanoodles. Il presente ed il futuro, invece, lo troviamo in un veloce botta e risposta con Wally:

Cosa più vi attira maggiormente dell’aspetto “illegale” nella Street art?
Il lato illegale della street art non è importantissimo; guardiamo molto al risultato e, per essere soddisfacente, l’azione deve essere congrua con l’ambiente.

Lo “spot” per noi è la variabile più importante in strada. In funzione di questo, il soggetto, il messaggio e i colori di ogni poster o stencil vengono preventivamente scelti con estrema attenzione. Sebbene la nostra sia un arte effimera, in fase di realizzazione occorre pensare ad un “qualcosa” che resti in eterno, mettendo da parte elementi quali paura e velocità e focalizzare l’attenzione sul risultato.

A quali maestri vi ispirate?
In realtà non abbiamo particolari figure di riferimento. Il nostro lavoro è caratterizzato da una forte matrice Pop.

Il target finale è l’osservatore e la Pop art, in senso molto più ampio, la base su cui costruiamo tutti i progetti.

Quanto è importante per voi esporre opere?
Le esposizioni “indoor” permettono di sviluppare progetti più complessi grazie alla consapevolezza che l’opera ultimata possa rimanere, al contrario dei progetti su strada.

Il confronto con la critica avviene su questo fronte, che riteniamo fondamentale in termini di crescita artistica ed individuale.
Sebbene gli street artist più “puri” considerino questa operazione come un “vendersi al mercato“, personalmente ritengo invece sia un modo per raggiungere spettatori più attenti e coinvolti.

Quale sarà il vostro prossimo progetto, quella che potremmo definire la vostra “next big thing“?
Stiamo lavorando ad un progetto per un grande festival dal carattere “urban“, che si terrà in Italia quest’anno, ma è ancora in fase embrionale.

Per il momento continueremo a sviluppare il concept su cui stiamo lavorando da tempo: l’immagine del teschio in una serie dedicata ai ritratti di grandi leader e personaggi mediaticamente noti, che appaiono decorticati, al fine di privarli del lato più superficiale della loro immagine deformandone di conseguenza il messaggio.

La Pop Art è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi e va intesa come arte di massa, cioè prodotta in serie. Poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone.

Attraverso quest’analisi, come spiegavo all’inizio, il nostro lavoro si concentra sullo studio di personaggi famosi privati dell’immagine proposta dai più diffusi mezzi di comunicazione.

Perdendo la propria connotazione storica o politica, diventano icone di loro stessi attraverso le quali vi è la riconoscibilità, ma anche la decontestualizzazione dalla propria “storia” riassunta in un cranio vuoto.

1 commento:

Riccardo Fano ha detto...

Ciao ragazzi!
Ho letto il post su Orticanoodles.
Tutto ok, vi chiederei però gentilmente di citare almeno la fonte (Panorama.it) o l'autore (io), altrimenti sembrerebbe un'intervista realizzata da voi.

Grazie