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venerdì 11 marzo 2011

Intervista a BIZARRE DEE e PANE

Il 1° febbraio 1975 appare sul Corriere della Sera un articolo di Pier Paolo Pasolini. Il testo si intitolava "Il vuoto del potere in Italia", ma è oggi piuttosto conosciuto con il titolo datogli negli Scritti corsari: "L’articolo delle lucciole". In quell’articolo, Pasolini coglieva nella progressiva scomparsa delle lucciole dalle città e campagne italiane un simbolo dell´omologazione culturale della modernità. Ai suoi occhi, la lucciola rappresentava l’essere umano e le sue parole denunciavano l’alienazione crescente ed inarrestabile della società italiana.
Molti hanno riconosciuto negli anni e riconoscono ancora oggi un valore profetico a questo articolo di Pasolini. D’altronde, la storia recente del nostro paese sembra dargli pienamente ragione e non solo perché si è arrivati al paradosso per cui tette e culi dettano ormai l’agenda politica italiana ed un’intervista di Ruby merita più spazio sui giornali della crisi politica che sta rivoluzionando la geografia politica del mondo arabo.
Al seguito di Pasolini, molti, tanti, troppi hanno creduto nella definitiva vittoria di un sistema politico e culturale che non li rappresenta. La soluzione è stata la resa. La scappatoia è stata una fuga in un piccolo mondo fatto di casa, famiglia, lavoro e di indifferenza nei confronti del mondo circostante. Ogni tanto si scende in piazza a chiedere le dimissione di un governo, ma poi la sera si torna a casa e si baratta la propria ansia di cambiamento con un po’ di sana tranquillità domestica, fatta di cena, divano e telecomando. Per questo, non c’è da stupirsi se in sottofondo la nostra coscienza agisce e se si scomoda persino Gramsci dal palco di Sanremo, per ricordarci che bisogna odiare gli indifferenti.
Ma cosa c’entrano – direte voi – Pasolini, Gramsci e Sanremo con Bizzare Dee e Pane, due dei writers più rispettati di Roma, due di quelli che hanno “fatto” la storia della street art romana a colpi di bombolette-spray? Per dirla brevemente, diciamo che è tutta una questione di immagini e che, se Pasolini vede nella scomparsa delle lucciole il simbolo della scomparsa di un’età dell’oro della società italiana, io vedo nella comparsa del tag e della street art in generale il segno di una resistenza all’omologazione culturale delle nostre società che parte dal basso: il tag è una nuova lucciola.
Non sono d’altronde l’unico a pensare che le lucciole non siano scomparse o, per riprendere le parole del filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman, che siano “scomparse solo agli occhi di coloro che non sono al posto giusto per vederle emettere i loro segnali luminosi”. Ora, il problema non è qui se Pasolini sbagliava o meno, perché la sua analisi dell’evoluzione della società italiana non ha perso nulla della sua profeticità. Il problema era e rimane nel suo atteggiamento nei confronti di quest’evoluzione, nella sua resa di fronte ad una situazione di fatto, nel suo dimenticarsi che “chiudersi nel lutto per l’arcaico paralizza l’intelligenza del presente”.
Il tag, il graffiti e la street art in generale hanno da sempre rappresentato ai miei occhi un segno visivo di questa “intelligenza del presente” o, per meglio dire, una forma di resistenza – silenziosa ma invadente – nei confronti del deludente status quo contemporaneo. La forza della street art è tale che anche il graffiti più scontato acquista un valore sovversivo agli occhi del passante qualunque, perché produce immagini che non si arrendono. Ma oggi, mentre assistiamo alla moltiplicazione di forme artistiche che si richiamano alla street art ed alla definitiva consacrazione di quest’ultima da parte del mainstream, qual’è il vostro giudizio sulla street art? Il vostro percorso è iniziato col writing, ma oggi vi sentite street artists?

Bizarre Dee: Sono molto perplesso sull'utilizzo così diffuso della parola street art. Io appartengo alla generazione che ha visto l’esplosione di questo movimento con le incongruenze e le manipolazioni a cui sono sottoposti quei movimenti che diventano popolari. Per questo guardo con diffidenza quei personaggi che riempiono pagine di giornali, libri o gallerie, ma dei quali non ho visto nulla o quasi nulla nelle strade.
Rispetto ai graffiti che richiedono maggiore preparazione ed una certa conoscenza per essere interpretati, la street art offre al pubblico un impatto più immediato. Ecco perché si dà maggiore attenzione alla street art, ma per me questo meccanismo è sintomatico della società in cui viviamo. Abbiamo bisogno di etichettare qualsiasi cosa, ma spesso non abbiamo una conoscenza tale per poterlo fare, e quindi tendiamo a rifiutare ciò che ci sfugge. Per questo, sarebbe interessante chiedere a chi studia la street art con quali parametri valuta un artista, dove reperisce le informazioni sull'argomento e soprattutto come stabilisce la differenza tra arte e gesto vandalico.
La vera forza dei graffiti e della street art è la loro purezza. E’ una forma d’arte che non è mediata da nessuna forma educativa, non si impara dietro ad un banco e non c’è nessun passaggio che ne indebolisca lo spirito. Questo approccio è forse quello che definisce meglio il mio modo di vivere questa cultura, o "contro cultura".
I miei lavori più recenti costituiscono un passo successivo al percorso che ho fatto con i graffiti, ma non li sento come una forma di street art, perché quello che faccio non interviene in spazi urbani, anche se ne rielabora le atmosfere.

Pane: Noi che siamo cresciuti con i graffiti, viviamo la street art in modo conflittuale e ci teniamo a rivendicare le nostre radici da writers. Quando la street art si è imposta, ci siamo sentiti derubati dei nostri principi. I graffiti esistevano da molti anni, avevano sviluppato un proprio linguaggio e messo in moto dinamiche complesse. Tutto d’un tratto, la street art attirava l’attenzione e ci rubava il palcoscenico. Semplificava fino a diventare superficiale il nostro messaggio.
Oggi si ha tendenza a raccogliere diverse forme artistiche sotto l’unica espressione di street art, perché è un termine più efficace rispetto a aerosol art, graffiti o writing. Ciò non toglie che noi che la viviamo dall’interno assegniamo all’espressione street art un senso diverso da quello degli addetti ai lavori e del pubblico.
Tutto questo per dire cosa? Il mio giudizio sulla street art, quella più comune, era ed è ancora in certi casi negativo. Negativo da un punto di vista critico, ne comprendo e ne condivido lo spirito, ma in molti casi non ne apprezzo l’estetica.
Ma un punto di svolta nel mio rapporto con la street art è stata la Biennale di Venezia del 2001, quando ho visto Street Market, un’installazione di Todd James, Barry McGee e Stephen Powers (alias Reas, Twister e Espo), tre nomi tra i miei favoriti nella scena graffitara americana. Erano riusciti a raccordare il graffiti all’estetica street, in un’opera dove i contenuti sociali si coniugavano con i graffiti. Non era più solo un problema di forme, ma di come queste forme venivano adoperate. Da quel momento, ho cominciato ad elaborare un lavoro forte e capace di denunciare problemi sociali, con un’estetica propria allo spirito del writing.
Oggi, non ho problemi ad essere identificato come street artist, perché penso che il nodo resti la qualità con la quale si interpretano i vari linguaggi e non la definizione in sé.

Il film di Banksy, Exit through the gift shop, è tra i candidati agli Oscar nella categoria “Miglior documentario”. Una sua eventuale vittoria è per voi il segno che la street art ha perso la sua carica sovversiva, oppure è la prova che nel suo arrivare fino ai circuiti mainstream è riuscita a cambiare le logiche stesse di questi ultimi?

Bizarre Dee: Trovo interessante il progetto di Banksy, anche per il taglio personale che gli ha dato. Ma onestamente credo che tutto questo clamore sia fittizio e utilizzato al solo scopo di trasformare, ancora una volta, una libera espressione in un bel pacchetto da vendere con pop corn e bibita.

Pane: Non credo che i circuiti mainstream possano essere cambiati dalla street art, anche perché sta succedendo il contrario. Basta pensare a come la street art è stata catturata dai circuiti commerciali, fashion e design. Detto questo, non penso che si tratti di una cosa necessariamente negativa, perché aumenta la popolarità di questo linguaggio e la cosa va a vantaggio di chi lo manipola.
Certo, spesso l’immagine della street art viene rovinata, perché non si fa abbastanza attenzione alla qualità. Si perde anche la sua carica sovversiva originale, ma non è un vero problema, perché credo che sia naturale che un linguaggio evolva e diventi un’altra cosa nel fondersi con un circuito diverso.

NUFactory sognava da tempo di far tornare a Roma artisti “scappati” all’estero e ci siamo finalmente riusciti con Glad to see you. Dopo aver vissuto a Stoccolma, Bizarre Dee ha però deciso di tornare a Roma, mentre Pane vive ad Amsterdam dal 2004. Vista dal di fuori, come vi sembra Roma? La trovate cambiata negli ultimi anni?

Bizarre Dee: Sono tornato a Roma perché volevo riscoprirla con gli occhi di chi l'ha lasciata per un po’, ma come spesso accade dopo una separazione, il legame non si ristabilisce e così è stato per me. Roma è una città bellissima ma vuota, si fa forza della sua tradizione ma è cieca rispetto al presente. I limiti sono palesi, ma a parte pochi casi, non vedo nei cittadini la voglia di cambiare le cose.

Pane: La mia impressione è che le cose a Roma ristagnino, che non si riesca a stare al passo con altre città europee e con movimenti culturali più dinamici. Il problema non sono le risorse, ma la mancanza di strutture che facciano in modo che queste risorse diventino qualcosa di concreto.
Percepisco una disattenzione per il nuovo, un disinteresse generale per il cambiamento e la paura d’investire nella cultura. Tutto questo alimenta il disfattismo e la mancanza di fiducia della gente, incoraggia ad allontanarsi ed a sprecare le risorse.
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