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lunedì 16 dicembre 2013

INTERVISTA A SHINE ROYAL - seconda parte - di Giada Pellicari

La settimana scorsa sono uscita su Street Art Attack con la prima parte dell'intervista a Shine Royal , dove abbiamo affrontato sia il suo percorso storico che anche molte idee relative al Writing, al puppet e alla scrittura. Ecco a voi la seconda parte dell'intervista.
Buona lettura!


Giada: Sempre riferendosi all’idea del puppet, ti sembra che ci sia stata una confluenza del tipico puppet degli anni Novanta in forme di Street Art contemporanea, per arrivare ai risvolti del Wall Drawing che si può notare nelle forme di muralismo urbano?
Shine Royal: In questi trent’anni i linguaggi si sono evoluti, chi ha iniziato negli anni Novanta ha subito un’evoluzione com’è stato anche per il fumetto e il linguaggio pubblicitario, mentre chi inizia oggi fa semplicemente quello che vuole. Il fumetto porta degli stilemi che sono ad un livello molto più alto, pensa ad esempio al grado di stilizzazione di un puppet anni Novanta rispetto ad un character Marvel, che potrebbe farti oggi un qualsiasi writer su muro. Hanno un valore estetico diverso e io li apprezzo entrambi. Anche il fatto che il puppet si sia evoluto è una conseguenza di come si sia evoluta l’illustrazione in sé, dove le influenze che si possono riscntrare sono il fumetto e la grafica e dove il linguaggio è diventato più immediato. Il frame in sé del fumetto è un’immagine statica che dovrebbe raccontarti un intero universo e di conseguenza penso che la contaminazione del puppet sia questa, quindi credo che ora l’attenzione sia quella di non elaborare un singolo soggetto o caratterizzare fortemente un personaggio, ma cercare qualcosa di più complesso.


Il punto è che non necessariamente chi inizia a disegnare oggi graffiti conosce il lavoro ad esempio di Bodé, perché vede solo quello che c’è in giro. Internet è un ottimo contenitore ma tu devi saper cercare, perché se subisci passivamente facebook avrai quello che va di moda.
Il wall drawing è semplicemente una conseguenza del disegnare su superfici gigantesche a basso costo, poche persone potrebbero farsi una quindicina di wall drawing all’anno a spray a colori per loro diletto personale, quindi penso che sia una conseguenza stilistica del cambiare mezzo. Mi ricordo Sbafe che anni fa ha attaccato una bomboletta ad un bastone lunghissimo in un capannone, e ha iniziato a fare il suo puppet a sei metri di distanza con un’unica one line gigante, quello è stato un gesto che mi ha colpito e che non ho rivisto fino ad oggi. In quel caso il wall drawing mi interessa, ovvero quando implica un nuovo uso del mezzo.

Shine Royal con Awer e Kunos, 2010

 
Skan, Shine Royal, Ores, Yama, Wany
G: Nel tuo percorso artistico hai anche studiato tipografia e calligrafia, da qui anche la tua capacità di un lettering davvero fluido ed elegante. Come mai, allora, la scelta di fare principalmente figurativo?
SR: La scelta del figurativo nasce dal fatto che mi interessa imparare a disegnare, è tutto a livello inconscio. Se ho un foglio bianco davanti a me e spengo il cervello mi viene più facile scrivere, passando da un lettering ad una calligrafia. Finora non l’ho mai mostrato perché credo che fino a questo momento ci sia stato molto poco da vedere del mio scrivere. Come ai tempi non andavo sui muri per non scrivere marciate in giro quando ero ragazzino, allo stesso modo oggi non pubblico immagini su internet perché non metto in vetrina qualcosa che non sia degna di essere paragonata o confrontata.
A me infatti piace confrontarmi con chiunque con il massimo dell’umiltà, perdendo con i migliori dove in un certo senso perdi ma vinci.  Sperimento e disegno per imparare. Ora sto scrivendo tanto e penso sia giusto mostrare qualcosa.


G: Sei tra gli iniziatori di un progetto chiamato DropInk, dove chiedete ad alcuni tra i writers più famosi del panorama nazionale e internazionale di disegnare o di scrivere. Credo che questo approccio sia uno dei più interessanti perché è la ripresa della forma di gestualità in tempo reale poi trascritta su carta. Vuoi raccontarci com’è nato questo progetto, quali sono le sue intenzioni e i suoi sviluppi futuri?
SR: DropInk nasce da un gioco perchè il mio amico Raba, che è un ottimo filmmaker, mi voleva far vedere la sua nuova Canon e il grado di definizione che riusciva a raggiungere attraverso alcune riprese, quindi per fare un esperimento io ho aperto un album e mi sono messo a scrivere. Quello è il Dropink che tu hai visto nel video. Qualche giorno dopo sono andato a casa sua e lui mi ha mostrato un video dove lo aveva montato a tempo di musica, ed era bellissimo perché venivano ripresi proprio il gesto e la calligrafia. Non mi piace vedere delle tavole con una frase scritta perché risulta tutto molto statico, in questo caso invece mi piaceva molto vedere il lettering nella piena dinamica del farlo e a tempo di musica. Quella notte ho disegnato il logo Dropink e abbiamo deciso che era bello dare una possibilità a chi non aveva tanta visibilità o a chi ce l’ha già di mostrare qualcosa che la gente non sa che fa. 


Come ad esempio Wany che ha fatto il tatuaggio o tanti writer che hanno deciso di fare un bozzetto, perché è un altro aspetto rispetto ad una dinamica conclusa come quando tu vedi il bombing o un muro finito di un writer che conosci, inoltre ti dimostra una parte più intima.  E’ un progetto in progress e siamo sempre lo stesso gruppo che ci lavora: io, Raba, in seconda battuta si sono aggiunti Wesh, Ricro e Sosta, alcuni membri dell’LME1030.
Abbiamo contattato un po’ di persone che stimiamo nell’ambiente, Graffiti Shop ad esempio ci fornisce i materiali con cui far scrivere i writer.
Ti racconto un breve episodio che mi ha molto colpito, quando Loomit ha disegnato a Gemona e ha fatto un cervo con un pennarello scarico tutto in prima traccia dentro alla macchina mentre pioveva. Quello è stato proprio imprigionare l’esperienza. Ci sono degli attimi che vale la pena bloccare in un momento e veicolare attraverso la videocamera.



G: Uno degli ultimi eventi a cui ha partecipato.
SR: Sono andato i primi di Ottobre a Winterthur ad un evento organizzato da Phun, un writer italo svizzero, che vive lì. E’ una parete che si fa una volta all’anno, in un evento che dura tre giorni gestito dalla crew IBA, e sono stato ospitato insieme a Ricro e Carto. E’ stato molto bello perché è una jam vecchio stile, molto old school, dove c’erano writer, mc, dj e breakers.
Era quindi una di quelle jam dove si rappresentano le discipline, in un contesto freddissimo, dove però c’era molta energia tra le persone e persino erano presenti famiglie con bambini.
Mi ha ricordato perché ho cominciato a dipingere e perché amo tutto questo.



         Stop The Bullshit
         DropInk
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