VenetoWorld

venerdì 25 febbraio 2011

Intervista a Sonda


Ciao Cristian, prima di iniziare, ti va ti dirci da cosa deriva il nome “Sonda”?
Sono stato rapito dagli alieni, volevo raccontare tutto a “Voyager”, ma i servizi segreti di Mediaset, assoggettati all’auditel implacabile di “Misteri”, mi hanno minacciato ed intimato a più riprese, ripetendomi che non era un disco volante, ma una sonda meteo… solo una sonda meteo… solo una sonda meteo. Non ho mai creduto alla loro versione. Da allora per ribellarmi alla grande cospirazione dei rettiliani che governano le tv, giornali, assicurazioni, finanziarie bancarie, squadre di calcio, maggioranza di governo , firmo Cristian UFO.

Quando e cosa ti ha spinto a iniziare a dipingere? Che tipo di influenze hai subito?
Nessuna in particolare, mi piaceva disegnare e studiavo informatica, correva l’anno 1991, ero un bamboccio di 15 anni, ma già abbastanza bizzarro per buttarmi nel mondo del graffito, abbracciando tutte le leggende metropolitane, e il mondo sotterraneo a cui pochi avevano accesso in quel periodo, un mix devastante per l’immaginario di un adolescente, bombolette, una firma segreta, spray nascosti nel cespuglio sotto casa… Non pensavo ne all’arte, ne alle implicazioni politiche sociologiche del gesto dello scrivere sul muro, pensavo unicamente a come scrivere bene le lettere “SONDA”. Niente di che… nessuna chiamata dal cielo, nessuna attitudine particolare, nessuna folgorazione davanti ad un quadro nel museo, ero giovane, pensavo al divertimento e nella frivolezza di quell’età.

Come di diventa street artist e perché?
Mah…?! come si diventa non so, nel mio caso il graffito classico, inteso come “writing”, cominciava a calzarmi stretto: le lettere di una firma divennero vuote e senza senso, non mi rappresentavano più. Semplicemente nasceva una necessita’ di comunicare in maniera differente al pubblico un’idea.

Il writing per te dovrebbe comunicare qualcosa?
A me comunica, perché conosco le chiavi di lettura.
Al cittadino medio comunica meno, alcuni “movimenti artistici” necessitano di una chiave di lettura per la comprensione, il writing, inteso come lettering e’ uno di questi.

Potresti descrivere la scena “underground milanese” dei tuoi inizi? Quali erano i suoi principali protagonisti e come è cambiata in questi anni? Pensi che un giovane artista abbia spazio per farsi conoscere?
Come detto ho cominciato nel 1991, un’era geologica fa per il writing e per l’arte pubblica in generale. Sembra tutto molto bello nel ripensarlo a 20 anni di distanza, era sicuramente più pionieristico, più romantico, era di PIU’ insomma, come tutte le cose che godi da adolescente, le sensazioni sono molto più forti. Firmare con il lucido da scarpe originale made in supermarket, costruirsi un fat cap direzionale con la lametta arroventata, non ha prezzo.
Io non facevo parte dei primi writer milanesi, la prima generazione arrivo’ molti anni prima di me, già dal 1986, pero’ ho avuto il piacere di ammirare i graffiti dei primi maestri dal vivo, spesso conoscerli personalmente, imparare un paio di regole per disegnare in strada.
Insomma non vorrei apparire come un fossile conservatore, perché non lo sono, il movimento dell’arte di strada cambia continuamente, quelli erano tempi, questi sono altri.
Lo spazio per farsi conoscere c’è’ sempre, magari invece di pensare a quello che fu, nei modi e nei tempi, si dovrebbe pensare a nuovi supporti, nuove tecniche, nuovi messaggi, nuove ricerche comunicative. Siamo il frutto di un’evoluzione culturale passo dopo passo, esperienza dopo esperienza, le scelte direzionano la vita. Ci vuole rinnovamento, e la novità che ti fa uscire dalla massa.

Cosa accade nella strade di Milano? Tu cosa ci vedi?
L’esercito.

Quanto e perché conta nel writing il fattore illegalità?
Il fattore illegalità’ per quel che mi riguarda è necessità di avere degli spazi dignitosi per disegnare, gli spazi non vengono concessi, la conseguenza è l’illegalità.
Evidente che ogni street artist o writer, ha delle proprie motivazioni, dall’evadere dalla noia, all’affermarsi, entrano in gioco molte emozioni e motivazioni, difficile analizzarle tutte, sopratutto non vorrei cadere in analisi psicologiche da due lire.
Una cosa e’ certa, il muro ti permette visibilità’ indiscussa, se non ci fosse stata l’illegalità del movimento, non ci sarebbe stato ne il writing prima, ne la street art poi.

Di contro però da qualche tempo assistiamo a un processo di “legalizzazione” per quanto riguarda il fenomeno writing. Che cosa ne pensi?
Lo sdoganamento dell’arte pubblica a subito già diversi cambiamenti importanti.
Il primo storico passo, fu la mostra “street art sweet art”. Poi è arrivato il sistema dell’arte con galleristi e curatori al seguito, che subodoravano affari.L’arte di strada si trasforma in arte da salotto, perché in tutta Italia i wrtiters-modificati, subodorano denaro loro stessi, e passano dal muro alla tela.
Ad oggi a Milano, capitale della lotta al writing insubordinato, si continua con la linea dura, ordine e pulizia per le strade, no al graffito, al kebup di notte e ai trans, si alle speculazioni propagandistiche però, con segnali di “apertura” attentamente valutate e politicamente vantaggiose per il comune.
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