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giovedì 17 ottobre 2013

Arte pubblica urbana: Milano come un museo a cielo aperto


Il graffitismo vandalico si alimenta di frizioni e conflitti. Quei conflitti che le passate Amministrazioni hanno a volte cercato e voluto, con risultati spesso discutibili, attuando pratiche di contrasto poco efficaci e poco durevoli per il decoro di tutta la città. Se è vero che Milano è sempre stata molto colpita da questo fenomeno, è altrettanto vero che le azioni vandaliche – paradossalmente – si sono moltiplicate proprio quando si è inasprita la repressione: la ‘sfida’ al mondo del writing ha sempre rotto le ossa a tutte le amministrazioni.


Sorvegliare e punire, cancellare e ripristinare, sono tutti verbi con un’accezione negativa, spesso i più usati quando si parla dei muri di Milano. Muri che vengono facilmente associati al degrado, avvicinando sempre più allo zero la tolleranza sociale di cittadini e amministratori verso questo fenomeno. Ma punire e reprimere non basta. Dopo anni di ricette inefficaci, la prospettiva deve cambiare, e non fermarsi lì, alla rimbiancatura. Dobbiamo intraprendere strade nuove, inventare e sperimentare, promuovendo interventi coordinati di riqualificazione artistica e partecipata su tutto il territorio.
02bocci33FBE allora, senza giustificare pratiche evidentemente illegali, perché chi sbaglia deve essere sanzionato (con sanzioni pecuniarie e l’impiego in lavori socialmente utili), o alzare bandiera bianca di fronte al degrado urbano (è proprio il contrario) è tempo di fare un esercizio di realismo. Basta guardare al recente passato, che ha molto da insegnare: in quattro anni, l’Amministrazione Moratti ha speso 35 milioni per la pulizia dei muri, con risultati evidenti sotto gli occhi di tutti: la città ha muri sporchi come prima. La ripulitura ha avuto spesso vita breve e muri messi a nuovo hanno attirato ancora nuovi e vecchi vandali. Oggi sono 20mila i palazzi milanesi che portano tracce dei graffiti vandalici.
È chiaro che ogni iniziativa nata dal basso e volta a migliorare il luogo in cui si vive deve essere incoraggiata e sostenuta, ma è anche vero che l’Amministrazione deve avere una visione d’insieme. La nostra passa attraverso un deciso cambio di rotta rispetto al passato. Dobbiamo sforzarci di vedere e immaginare la città nel suo complesso, per andare oltre le azioni ‘anti’, per costruire percorsi a favore della rigenerazione urbana: con un po’ di coraggio spostare la discussione e l’attenzione su un piano diverso.
Basterebbe un centesimo degli investimenti passati per realizzare in collaborazione con tutte le Zone di decentramento, un festival cittadino di arte pubblica muraria che coinvolga tutta Milano (dai migliori artisti che abbiamo in città alle nuove generazioni, stimolando imprenditoria artistica e costruendo percorsi educativi con le scuole). L’attenzione sulla città come museo a cielo aperto, coordinata con una campagna di comunicazione contro il graffitismo vandalico e di educazione alla differenza tra arte e vandalismo (spesso erroneamente accomunate), può diventare lo strumento per valorizzare il nostro patrimonio: dal centro ai ‘muri storici’ delle periferie. Costa meno ed è più efficace e visibile il risultato.


Se un ‘Cleaning Day’ per ripulire poche decine di metri, può costare 10 mila euro, riqualificare con un dipinto un muro conviene di più, anche economicamente. In via Lombroso, pochi giorni fa, le Commissioni Cultura e Politiche Sociali del Consiglio di Zona 4, hanno promosso un intervento di riqualificazione urbana attraverso l’arte muraria, in collaborazione con Sogemi, coinvolgendo associazioni, scuole del territorio, writers e artisti milanesi, affermati e non, con una spesa molto contenuta: solo 1000 euro di contributi per i laboratori di pittura per i bambini. Non è l’unico esempio di arte pubblica partecipata nei territori: un km di muro esterno dell’Ippodromo è stato da poco riqualificato, così i sottopassi di Bonola, l’intervento nella piazza intitolata alle Donne della Resistenza, e tanti altri negli ultimi mesi.
Abbiamo davanti una scelta: replicare le azioni fallimentari del passato, oppure iniziare a costruire percorsi che lascino nel tempo qualità e segni positivi. La scelta in Europa (a Bristol, Parigi, Berlino, Amburgo) e in Italia (Torino e Bologna ad esempio), altre città l’hanno già fatta, e ha funzionato. Ora tocca a noi.

Paola Bocci e Emanuele Lazzarini
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