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lunedì 4 novembre 2013

La Tour 13 – Graffiti e Architettura Effimera - di Giada Pellicari

La Tour 13 – Graffiti e Architettura Effimera
Le Opinioni di Giada – Rubrica


Dado e Joys, Ph Dado

Molti sono gli articoli già usciti sul progetto La Tour 13, che ultimamente ha avuto una grandissima attenzione mediatica. Vorrei, però, prenderlo ugualmente in considerazione, perché credo sia uno di quelli meglio riusciti degli ultimi anni e caratterizzato da un approccio altamente innovativo.
Come avrete visto dagli articoli precedenti di questa rubrica, la mia volontà non è quella di dare delle risposte effettive a una forma artistica, quanto porre delle questioni sull’argomento e slanciare il dibattito critico. E penso che la Tour 13 molto intelligentemente abbia fatto proprio questo.  
Avevo già avuto la possibilità di carpire qualche immagine del progetto prima che si svelasse in toto al mondo intero, semplicemente perché ho la fortuna di conoscere alcuni dei writer che hanno preso parte al piano italiano, curato da Christian Omodeo, e già allora avevo compreso quanto questo evento potesse imporsi nella storia della curatela del Writing e della Street Art.  
Ma andiamo per ordine.
Molti sono i progetti curatoriali che hanno portato il mondo del Writing e della Street Art a una visibilità più elevata anche all’interno di quello che è un sistema dell’arte più canonico, ma ancora troppo poco consapevole rispetto a questa forma artistica. Ci sono già stati infatti alcuni progetti spartiacque creati in maniera sapiente che hanno dato una svolta alla conoscenza di questo mondo, sia per l’ottima ricerca e curatela effettuata, che anche per la buona comunicazione, in Italia, ma soprattutto all’estero. Questo perché allo stato attuale delle cose l’Italia ha alcuni dei più interessanti artisti attivi, ma non ha ancora avuto la capacità di riconoscerlo, tranne forse per alcuni casi di commercializzazione del fenomeno.  
Quello che spesso non si sa, però, è che interventi di quello che può essere considerato come muralismo urbano, ovvero dei lavori di ampio respiro su grandi facciate di edifici o comunque su luoghi di notevoli dimensioni, ci sono da sempre, ma il più delle volte sono nati magari in contesti non istituzionali. Alcuni casi come jam o festival che hanno avuto apporti di grandi pareti, hanno comunque dato il via ad approcci di ingigantimenti dei pezzi, che sebbene molto belli e ben pensati, rischiano però di andare a togliere una parte di gestualità del movimento e di approccio istintivo. Molte volte, invece, alcuni di questi casi sono stati realizzati con la volontà di farli passare come degli interventi di arte pubblica, un aspetto in realtà di arduo incanalamento, proprio perché la stessa è determinata da una difficile comprensione e definizione.  Inoltre, dato che il Writing è un sistema autoreferenziale, va a inserirsi in una ricezione difficilmente pubblica, tranne, forse, in alcuni casi di Street Art dove il linguaggio utilizzato è più comprensibile, immediato e, soprattutto, leggibile. Esempi comunque che si devono tenere presente in questo senso sono quelli come il Great Wall di Los Angeles (che effettivamente si può definire come intervento di muralismo urbano e non di Writing o Street Art), o per citarne di più vicini a noi, Picturin a Torino e Frontier a Bologna.
Cosa differenzia allora La Tour da questi altri progetti precedenti?  Gli aspetti, a mio avviso, sono questi: si svolge all’interno di un edificio, è effimero ma, soprattutto, è un progetto a tempo determinato.
Qualsivoglia forma di pittura murale, sia essa Writing, Street Art o Stencil Art, in realtà, è da sempre destinata a scomparire nel tempo, ad essere ricoperta da altri lavori (ahimè spesso è la mancanza di muri che porta a questo), a determinare anche un cambiamento dello stesso paesaggio urbano grazie alla sua stessa presenza. Il caso de La Tour, però, che ha un tempo di vita di solo un mese, va a inscriversi in una tradizione artistica già presente e, probabilmente, per questo motivo è ancora più forte, perché riesce a portare il rapporto architettura-graffiti (di per sé biunivoco e imprescindibile) all’interno di un sistema già riconosciuto e accettato. Si può andare a determinare allora una storicizzazione e istituzionalizzazione del fenomeno, questa volta sani e, cosa ancora più importante, probabilmente il tempo molto ristretto toglie la possibilità da forme di commercializzazione dell’evento che il più delle volte vanno a svilire la stessa forma artistica.


Dado, particolare


Joys, particolare

Esistono molti lavori nella storia dell’arte che parlano chiaro rispetto al rapporto arte e architettura effimera, di cui questo ne è una in/consapevole conseguenza, ma due in particolare sono da ricordare come punti cardine di questo raccordo.
Come non citare, allora, Conical Intersect di Gordon Matta Clark del 1975, che proprio Parigi ha visto la sua realizzazione. L’artista infatti aveva avuto la possibilità di lavorare all’interno di un edificio abbandonato e destinato alla demolizione nel quartiere di Les Halles, dove è andato a creare delle forme concave all’interno del muro, ben visibili dal basso. In quell’occasione, tra l’altro, Matta – Clark ha girato anche un film in cui riprendeva se stesso mentre segava manualmente le pareti. Più volte quest’ultimo è stato rivisitato anche in lavori molto più vicini cronologicamente, come nel caso di Giorgio Andreotta Calò, il quale lo ritiene un artista imprescindibile per la propria pratica o Richard Wilson, che lo ha ripreso nel famoso progetto per la Biennale di Liverpool. Wilson in quel caso, infatti, è andato ad intervenire su di un edificio abbandonato nella periferia di Liverpool dove, tagliando la facciata in maniera circolare, ha creato una struttura rotante indipendente montata su alcuni bracci meccanici. In questo modo l’artista ha dato al pubblico la percezione di diversi punti di vista applicabili all’edificio, dove il continuo rotare dello spezzone permetteva anche scorci completamente nuovi e diversificati. Nasceva così una spettacolarizzazione dell’architettura.


Gordon Matta Clark, Conical Intersect


Richard Wilson, Turning the Place Over

Altro esempio è House di Rachel Witheread, una delle artiste che forse ha lavorato al meglio sulla relazione arte-architettura, che in quel preciso caso è andata a lavorare sulla realizzazione di un calco in cemento di una casa destinata alla demolizione. Questi progetti, Conical Intersect, House e La Tour 13 sono tutti caratterizzati da una ri-attivazione di un’architettura destinata a morire e al suo ricordo tramite l’arte e la sua documentazione.
Altro aspetto che ho trovato nuovo di La Tour è che il graffito per la prima volta diviene uno spazio esperenziale e una forma attivata dal pubblico, che percorrendo le stanze va a creare una sequenzialità, un percorso e una selezione dei lavori, degli aspetti che rendono il progetto sempre diverso. 



La stessa esperienza si ha nel sito internet di cui consiglio la visita, anch’esso a tempo, dove a quel punto si vanno a determinare una forma di telepresenza e un’effettiva dimensione relazionale con i pezzi, che si attiva nella stessa scelta dei lavori da salvare e nell’atto del clic. Ma questo sarebbe un altro discorso lungo da fare e, come sempre, non voglio annoiare i lettori.
Tutti hanno parlato del museo effimero della Street Art, io parlerei più di uno spazio di scorrimento della Street Art in due dimensioni: verticale e orizzontale, e di una fruizione, finalmente, attiva.

Giada Pellicari

         http://legrandj.eu/


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