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lunedì 24 febbraio 2014

Frontier – The line of style: Il libro | Presentazione al MAMBo di Bologna - Report di Alessandra Ioalè




Lo scorso Giovedì 13 febbraio presso il MAMBo di Bologna si è tenuta la presentazione del libro “Frontier – the line of style”, terzo step del più ampio progetto curatoriale Frontier – La linea dello stile, per la valorizzazione artistica e l’approfondimento teorico e critico del writing e della street art. Progetto che nel 2012, con il supporto del Comune di Bologna e il contributo della Regione Emilia-Romagna, ha portato a Bologna tredici artisti di livello internazionale, tra i più rappresentativi di queste due discipline, quali: PhaseII, Daim, Does, M-City, Honet, Rusty, Cuoghi Corsello, Dado, Joys, Etnik, Eron, Hitnes e Andreco. Ognuno intervenendo, con opere site specific, su muri di grandi dimensioni e di forte impatto visivo appartenenti all’edilizia residenziale pubblica.

I curatori dell’intero progetto, Fabiola Naldi e Claudio Musso, sono davvero orgogliosi di presentare questo volume, di cui si evince forte e chiaro il carattere transdisciplinare dalle parole di Fabiola Naldi, che tiene a sottolineare il “carattere didattico e divulgativo del testo”. Esso contempla infatti tutta una serie di voci “appartenenti sia alle metodologie affrontate, sia alle dinamiche delle realtà stesse dei due movimenti, sia del writing che della street art.” Spiegando che “il testo parte da molto lontano, nel senso che non può non partire dalle Avanguardie di inizio ‘900, non può non partire da tutto un humus che appartiene principalmente al territorio italiano.” Il libro, continua, “è “schizofrenico”, come le due discipline, nel senso che […] il corpo iconografico appartiene a Frontier, ma non sempre i testi parlano di Frontier, possono parlare di molto altro. Si prendono la responsabilità di analizzare e approfondire delle tematiche che sono state molto poco approfondite.” Dal saggio di Jane Rendell, sulla sua critical spatial practice come metodo per la comprensione di progetti come Frontier, che hanno un approccio critico sia con gli spazi in cui intervengono che con le discipline coinvolte; a quello di Christian Omodeo, sul fallimento della politica odierna di controllo del writing, che visto come sintomo di un nuovo diritto alla libertà di espressione visuale nello spazio urbano, può diventare strumento per rivedere la connotazione visiva delle città di oggi e per il giusto inquadramento giuridico del movimento stesso. Inoltre viene presentata la ricerca di Claire Calogirou, che, basata sui primi Graffitisti in Europa, propone un’analisi antropologica del movimento, contestualizzando quella che è la collezione di Graffiti del MuCEM di Marsiglia, all’interno del quale si è svolta la ricerca; passando poi al saggio di Andrea Brighenti, che propone un’analisi sociologica delle motivazioni alla base del movimento del writing e della street art, spiegando il cambiamento di percezione di entrambi, nel momento in cui vengono assunti nei circuiti di valorizzazione differenziati e differenzianti; a quello di Dado, che presenta la sua tesi sulla disciplina del writing in tutta la sua complessità, un’arte con cui, attraverso la continua ricerca dello stile del segno del proprio nome, si comunica se stessi, l’individualità di un uomo, del writer; ed altri saggi ancora. La curatrice spiega che il lavoro svolto è stato quello da critico e storico dell’arte, e parte dalla necessità di operare una storicizzazione di un movimento come quello del writing (che fra quattro anni ne fa cinquanta di anni), affermando che, alla maggior parte dei libri pubblicati a livello internazionale, dichiaratamente iconografici, manca qualcosa di fondamentale: la riflessione. 




“Una riflessione fatta con una metodologia ben precisa, quella che noi abbiamo adottato per il progetto Frontier, quella della fenomenologia e, in qualche modo, quella legata all’osservazione della generazione; di come le generazioni nel mondo del writing e della street art, con le dovute differenze anagrafiche, si erano in qualche modo evolute indipendentemente dal sistema dell’arte, creando un sistema artistico, iconografico visivo totalitario, totalizzante, e impossibile da arrestare.” Una riflessione che, come dice la Naldi, è stata possibile elaborare nel tempo insieme ad alcuni artisti come Dado, Joys, Cuoghi Corsello, punti di riferimento ed amici per la curatrice. Ed è per ciò che da un lato, nel libro si affronta, con un approccio storico, una ricostruzione partendo dalla scena newyorkese degli anni Settanta fino ad arrivare ai giorni nostri, volendo fare un po’ d’ordine. Dall’altro invece ci si immerge nella parte più tecnica, più pratica e artistica, definita la terza parte di Frontier, incarnata nella figura di Dado, “uno dei punti di riferimento della nostra città, insieme all’altro grande capostipite, Rusty, e ancora Cuoghi Corsello ed altri.” Proprio partendo dalle loro figure, i curatori hanno voluto rendere omaggio alla città di Bologna, la prima città in Italia in cui inoltre è stata realizzata una retrospettiva, “grazie alla grande lungimiranza di un critico che aveva già detto che loro erano la nuova scena pittorica”, Francesca Alinovi, che “aveva già assaporato e sentito nell’aria che qualcosa stava cambiando” e che alla sua riflessione teorico-critica, hanno reso omaggio con la conferenza internazionale kon-FRONTIERt, ospitata anch’essa dal MAMBo lo scorso febbraio 2013, i cui contributi sono raccolti in questo volume.

“Ciò che a me interessa” continua la curatrice, “è capire come mai certe realtà, in qualche modo si sono innestate in questa enorme disciplina che è il writing, e che in qualche modo si è modificata, nel corso del tempo, diventando anche in alcuni casi street art. A me interessa dire […] che la street art nasce per una semplificazione iconografica e visiva inevitabile degli ultimi vent’anni. E proprio in quei decenni, in cui la street art in qualche modo abbassava i livelli visivi, e tentava una raffigurazione della città e della società, anche in maniera denunciatoria e critica, i writers si complicavano l’esistenza, e facevano un passaggio completamente inverso. Andavano nella complicazione della lettera, nella complicazione dello stile, diventando sempre più incomprensibili e quindi attaccabili. Questo è il motivo per cui molte volte il writing viene affiancato al concetto di vandalismo “grafico”.





Un grande progetto insomma, che si costituisce di tre parti complementari e indipendenti: quella operativa di realizzazione delle opere murali; quella operativa di costruzione e mantenimento del sito web in continuo aggiornamento con nuovi percorsi, progetti collaterali e approfondimenti; ed infine quella teorica, che questo libro concretizza. Il duplice compendio per tutto quello di cui Fabiola Naldi ha tracciato in questa sede le coordinate, ma anche, come tiene a precisare Claudio Musso, un riconoscimento al lavoro di questi artisti, “che non sono soltanto street artist, ma artisti a tutto tondo, il cui approccio e i cui attacchi nello spazio pubblico, e il loro interagire nella socialità, hanno sì un elemento di forza, nel momento in cui agiscono su muro all’aperto, ma sono anche dei grandissimi amanuensi; conoscitori delle tecniche pittoriche, che realizzano lavori che molto spesso vanno al di là dell’intervento su muro, attraverso tecniche delle più varie, dall’incisione fino all’aerografo, e ad altre tecniche molto più avanzate.” Rendere merito anche a queste qualità, a cui prima, secondo il curatore, non era stato dato il giusto peso, è quindi un altro punto a favore di questo libro. Non rimane adesso che aspettare la prossima edizione di Frontier, a cui con nostro grande piacere stanno già lavorando. 


Alessandra Ioalè
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