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lunedì 24 marzo 2014

Francesco Barbieri: The Beauty of Ugliness - Intervista di Alessandra Ioalé



Quest’oggi vi propongo l’intervista a uno dei più attivi e esperti autori di graffiti della città di Pisa, Francesco Barbieri, che con le sue opere ha animato in passato le “superfici più disparate e disperate” di molte città europee e americane. La sua produzione pittorica si è sviluppata di pari passo con la ricerca sul lettering, che lo ha reso famoso in ambito internazionale. Protagonista di tutto il suo lavoro è il ritratto degli spettacolari spaccati di vita vissuti in prima persona, che caratterizzano “questo fantastico mondo di reietti”, così definito dall’artista, restituito attraverso le innumerevoli emozioni scaturitegli davanti ad essi. Emozioni tradotte, nella serie dei landscapes, grazie alla sperimentazione del mezzo pittorico su supporti anche diversi da quelli urbani, rubati alla quotidianità. Una serie a cui l’artista dedica la sua personale milanese presso lo Studio D’Ars, dal titolo The Beauty of Ugliness a cura di Daniele Decia (a cui Giada Pellicari ha già dedicato un articolo che potete trovare qui), e di cui ci regala qualche anticipazione. Attraverso le riflessioni regalateci in questa intervista ci addentreremo nel percorso di studio di questo interessante artista pisano che, dall’esperienza di nuove strade di ricerca come la sperimentazione del collage, a quella della particolare pratica del libro d’artista, fino ad arrivare alla rielaborazione scultorea, ha operato un’analisi del tema prescelto da punti di vista del tutto diversi in favore della piena libertà espressiva, necessaria per fondere elementi figurativi e segni grafici e trovare un linguaggio proprio, dando una forma sempre diversa ed originale ai moti del proprio animo.

Alessandra: Questo 2013 ti ha portato belle e nuove occasioni di conoscenza e diffusione del tuo lavoro, che ti hanno messo alla prova con opere su grande superficie. Parlami della tua esperienza al Festival Icone 5.9, che quest’anno è stato dedicato ai terremotati dell’Emilia.

Francesco: Ciao Alessandra.. credo che Icone sia al momento il festival più significativo in Italia, grazie anche all’esperienza e professionalità di un curatore come Pietro Rivasi. Sono stato molto contento di essere inserito nella line up di quest’anno e di aver potuto partecipare. Ormai Icone ha una sua storia, che continua a evolversi: guardo con interesse al coinvolgimento di una galleria come la D406 nell’evento, con tutte le potenzialità di questa sinergia. Riguardo alla mia esperienza personale.. che dire? E’ andato tutto benissimo! Era la prima volta che provavo a fare uno dei miei landscape su grandi dimensioni, e il lavoro è venuto esattamente come lo volevo… mi hanno anche assegnato un muro che era del formato perfetto al mio scopo. Ho notato che a Modena c’è comunque un po’ di gente che segue queste cose: ci hanno fatto sentire con calore che il nostro lavoro era apprezzato. E infine non posso non salutare gli amici con i quali ho condiviso quest’esperienza: Etnik e Bizarre Dee, c’è sempre un grande scambio con loro, non solo a livello artistico ma anche, e soprattutto, a livello umano.


A Icone Festival

A: Parlami della tua ultima personale Hinterland: visioni liquide urbane realizzata all’interno degli spazi espositivi dello storico Palazzo Pretorio di Vicopisano. In cosa si differenzia dalle altre precedenti personali? Che selezione di opere hai fatto stavolta e perché?
F: Diciamo che è la mia prima mostra personale che riguarda esclusivamente i quadri della serie Suburban Blues ovvero i paesaggi urbani e ferroviari. Come ricorderai nelle precedenti mostre personali avevo incluso anche dipinti astratti, legati a immagini spaziali e psichedeliche, o altri esperimenti più legati ai graffiti con la tecnica del  collage su tela. In realtà ho incorporato nei paesaggi alcune tecniche che avevo sviluppato con quei quadri . Hinterland è la mostra che segna il passaggio a questa svolta e che anticipa la direzione nella quale voglio andare. E’ stato anche molto interessante portare questo tipo di opere in un contesto straniante come il borgo di Vicopisano e osservare le reazioni a questo contrasto. Ringrazio l’associazione La Stellaria per avermi offerto questa possibilità.



A: Ci sono dei quartieri che ti hanno colpito e che ti colpiscono ancora oggi quando ci torni? Quelli che magari ritrai più spesso.
F: Potrei parlarti di Secondigliano o di Harlem o delle periferie di S.Pietroburgo, ma la verità è che non mi interessa più la singola esperienza, quanto piuttosto l’intero bagaglio di cose che ho vissuto. Prima, nella realizzazione di un quadro, ero molto legato a un’immagine, a un determinato momento di quando ero andato in un luogo che mi aveva colpito. Ho notato che legarmi così tanto alla singola immagine (quindi alla singola esperienza) limitava in qualche modo la mia spontaneità nel dipingere. Ho capito alla fine che tutte quelle situazioni, tutto quel frequentare un certo tipo di luoghi per anni, ormai fa parte di me e che semplicemente mi esprimo così, è diventato il mio linguaggio. Non ho più bisogno di ritrarre quella singola stazione.. mi sono interessato all’architettura e allo sguardo fotografico sulla città. Adesso posso anche mixare due o più paesaggi, prendere alcuni elementi o inventarne altri, sto cercando di creare un mio linguaggio fluido e in divenire per esprimere quello che ho dentro.



A: Quali sono le sensazioni ed emozioni che ti suscita il vivere la periferia. Qual è il lato o i lati affascinanti delle zone periferiche urbane?
F: Prima di tutto non è stata una scelta consapevole e programmata, ma direi più una scelta obbligata. Quando ero un writer molto attivo, come tutti i writers, frequentavo certe zone più di altre, semplicemente perché lì c’erano gli spot migliori e più interessanti per dipingere. Ho notato che in qualsiasi città fossi, alla fine in un modo o nell’altro mi trovavo sempre in quel tipo di realtà.. e ho iniziato a ragionarci sopra. Ne parlavo un po’ di tempo fa con un amico, anche lui un writer che ha viaggiato molto e mi diceva: “anche se ormai non dipingo più tanto o non viaggio più con lo scopo di dipingere, quando sono in una città che non conosco, dopo aver visto le tipiche attrazioni turistiche, prendo sempre la metro o un treno suburbano e vado fino al capolinea. Dopo scendo e mi faccio un giro li, dove un normale turista non andrebbe mai. Altrimenti non capisco bene la città”. 

Untitled – Dittico 2013 Mostra Postumi collettiva a cura di Studio D’Ars alle Scuderie del Castello Visconteo-Sforzesco Vigevano


A: Quali invece, se esistono, sono quelli che magari ti mettono disagio?
F: Qualche momento di tensione, è inevitabile.

A: Le tue tele si caratterizzano per un uso peculiare di colori psichedelici. C’è un legame tra queste sensazioni/emozioni e la scelta della gamma cromatica?
F: Dici? Penso che ci sia un’ impronta psichedelica, ma oggi ci sono artisti nel nostro movimento che spingono questo aspetto molto più di me.. voglio dire marcatamente psichedelici. Ho un po’ di influenze che fanno parte del mio bagaglio culturale (Griffin, Crumb, Joshua Light Show ecc…) ma la realtà è che io spesso dipingo con i colori che ho. Non sto a programmare troppo, semplicemente vedo cosa ho nelle mie riserve e li accoppio come piace a me.. il risultato è vagamente psichedelico. Ho notato che se li programmo troppo i colori alla fine vengono fuori accostamenti più banali di quello che vorrei, mentre quando faccio con quello che ho sottomano al momento vengono fuori accostamenti improbabili e indubbiamente più interessanti. E’ una cosa che ho imparato con i graffiti: fare del tuo meglio con il poco che hai a disposizione.


Harbour, Serie Suburban Blues 2013


A: Quest’anno, come negli anni passati, hai avuto anche la possibilità di cimentarti in nuove esperienze, che ti hanno permesso di mostrare la tua capacità di rielaborazione e versatilità tecnica in discipline di nicchia come il libro d’artista, per la seconda volta, e per la prima volta anche nella realizzazione tridimensionale delle tue opere. Mi vorresti parlare dell’approccio che ogni volta hai adottato per affrontare queste sfide?
F: Si tratta di cose che ovviamente non avrei mai fatto se di volta in volta non fossi stato spronato dall’occasione di una mostra o da qualcuno che è riuscito a trasmettermi la curiosità necessaria per uscire dalla mia piccola zona di comfort e cimentarmi con un tipo di lavoro per me inusuale. Per quel che riguarda il libro d’artista è stato sicuramente Delio Gennai a “iniziarmi” a questa disciplina (che però non è assolutamente di nicchia secondo me!). L’approccio è abbastanza semplice: materiali poveri a disposizione di tutti sui quali spesso applico i miei contenuti grazie alle tecniche che conosco meglio: pittura, disegno e a volte anche fotografia (non sono assolutamente un fotografo ma in qualche modo la fotografia ha avuto sempre un certo ruolo nel mio processo creativo). In generale penso che sia utile provare a fare cose che normalmente non faresti, anche se naturalmente costa fatica e ti devi forzare, diciamo che in qualche modo ti fa crescere. 

City, libro d’artista 2013


A: Domani inaugura la tua personale presso lo Studio D'Ars di Milano, dal titolo The Beauty of Ugliness a cura di Daniele Decia. Il titolo la dice lunga... ci puoi dare qualche anticipazione?
F: The beauty of ugliness è una mostra costituita al 90% dal mio lavoro degli ultimissimi mesi, più qualche dipinto del 2013, dunque tutta roba molto recente.
Con il curatore Daniele Decia abbiamo riflettuto parecchio sul rapporto con lo spazio urbano e sul mio modo di interpretarlo. Insieme al video maker Valerio Torresi abbiamo cercato di   riportare questo tipo di pensiero nel video promo della mostra, che sta avendo un ottimo riscontro. 
Inoltre ho realizzato un'opera site-specific per la galleria, cercando di fondere alcuni aspetti tipici del wall painting con tecniche che solitamente uso su tela. 




Intervista di Alessandra Ioalè
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