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lunedì 27 ottobre 2014

JAM PIRATA 3.0 - Graffitismo e Archeologia industriale di Giada Pellicari




E’ da diverso tempo che mi occupo di Writing e in particolar modo della sua relazione con lo spazio urbano, ma raramente ho pubblicato testi inerenti al rapporto riscontrabile tra graffitismo e aree dismesse, un aspetto che risulta fondamentale per comprendere alcune nuove dinamiche di riappropriazione dello spazio che si possono constatare come parte integrante della scena. Proprio per questo motivo la Jam Pirata 3.0, un evento avvenuto alcuni giorni fa all’interno di un’ex fabbrica a Baranzate, si pone come un progetto interessante sia per come è stato realizzato sia per le intenzioni che lo sottendono, oltre che come un esempio peculiare ai fini di questo discorso.




Per realizzare questo articolo sono stata aiutata da Cosimo Griso Alfarano, street photographer specializzato nel reportage di eventi e nella ritrattistica, di cui questo articolo mostra alcune foto, che mi ha raccontato il progetto così: “Il collettivo Pirata Riot è nato circa due anni fa come realtà legata alla musica elettronica e con attitudine hip hop, il cui passato si è caratterizzato per varie occupazioni in linea con i principi della cultura underground. Si sono stabiliti da pochi mesi nell'ex Leon Beaux, una fabbrica d'armi, conosciuta come ex polveriera, abbandonata da anni e diventata la nuova Proprietà Pirata. Più che un collettivo, il Pirata Riot Club è un progetto autogestito di riqualificazione, attraverso lo sviluppo di iniziative socio-culturali che riflettono il background dei suoi componenti, staccandosi da una realtà sempre più piegata ai fini commerciali. In questo ambito si è sviluppata la Jam Pirata 3.0, un evento che è partito dall'idea di realizzare una giornata all'insegna dell'hip hop ma, data la vicinanza con alcuni esponenti del Writing milanese, si è presto trasformato, tramite il passaparola, in una grande jam con una line up di tutto rispetto.”






Penso che questa Jam Pirata e il progetto del collettivo in sé possano essere un esempio peculiare per discutere del rapporto che si può riscontrare tra graffitismo e l’archeologia industriale, una definizione con la quale si denominano quelle architetture costruite prevalentemente durante la rivoluzione industriale che, successivamente al loro abbandono, sono divenute dei luoghi spesso lasciati al decadimento temporale. Sono degli edifici che presentano, però, anche un forte potenziale, poiché  possono assumere nuove caratteristiche nella loro funzionalità, tramite un processo allo stesso tempo di riappropriazione e di riqualificazione. Accade, infatti, sempre più spesso che queste aree il più delle volte vengano restaurate per scopi culturali, divenendo in certi casi nuovi poli museali, centri di studi, oppure luoghi di aggregazione sociale.




Nel mondo del Writing la riappropriazione degli spazi urbani è uno degli elementi caratterizzanti la disciplina stessa, ma quello che reputo relativamente nuovo nell’utilizzare queste aree dismesse, deriva dalla loro capacità di cambiare la fruizione dello stesso fenomeno.  Se, di fatto, prima il Writing veniva fruito in strada, sia da parte di chi lo praticava che dal normale abitante della città, o attraverso le arterie dei mezzi pubblici, quindi in maniera quotidiana e per certi versi semplice e diretta, nel caso di queste aree dismesse il più delle volte la fruizione avviene tramite l’utilizzo del mezzo fotografico e la sua traslazione nel mondo dei social network. Sostanzialmente quindi si va a determinare una visione tramite una temporalità in differita, soprattutto nel caso in cui i pezzi vengano realizzati in maniera illegale, anche per la difficoltà fisica di raggiungimento dei luoghi.






Vi sono molti esempi interessanti da questo punto di vista, basti pensare a tutti i complessi industriali lasciati abbandonati a Detroit, che è divenuta nell’ultimo decennio una vera e propria mecca per i writer, oppure, guardando a più vicino, si può riscontrare questo fenomeno nell’ area di Marghera in provincia di Venezia, nel quale si possono vedere molti lavori di Peeta, di Capo e degli RGB (di cui ho già scritto qui). Spesso queste aree vengono utilizzate anche per la realizzazione di video, alcuni dei quali poi sono divenuti dei reali fenomeni virali, come il caso esemplare di Limitless di Sofles, che è stato realizzato in un luogo abbandonato per il quale è stato chiesto il permesso, oppure il suo precedente intitolato Infinite, che invece è stato ripreso in un effettivo ambito di illegalità. Anche a Berlino si possono riscontrare luoghi di questo tipo, come l’EisFabrik, una fabbrica di ghiaccio in decadimento e Teufelseberg, una stazione spia abbandonata, in cui i graffiti sono divenuti gli aspetti fondamentali caratterizzanti i posti stessi, che si pongono effettivamente come degli edifici di difficile accesso.




Jam Pirata si può considerare, secondo queste coordinate analizzate in precedenza, come un caso intermedio, poiché si tratta di un’effettiva occupazione di uno spazio dismesso da parte di un collettivo, con l’intenzione però di aprirlo al pubblico, quindi con la possibilità di fruire i pezzi direttamente dal vivo e non solamente tramite dei mezzi di ripresa. Il posto infatti è stato occupato da tre mesi da un gruppo di circa venti persone, con l’intenzione di creare un circolo culturale che si possa proporre come uno skatepark, uno spazio aperto alla musica e una grande galleria d’arte urbana, dati i 50.000 metri quadrati a disposizione.
Solitamente i progetti di graffitismo legale vengono proposti alle amministrazioni con l’intento di proporre una forma di riqualificazione di luoghi in decadimento o che hanno bisogno di una “rinfrescata”, in realtà non riflettendo sulle dinamiche temporali e sulle problematiche di una partecipazione attiva, oltre che l’accettazione, da parte della comunità. La riqualificazione infatti può porsi come una conseguenza di una certa tipologia di un vissuto quotidiano, non tanto come l’importazione di un fare artistico con l’utilizzo il più delle volte inconsapevole del termine “arte pubblica”, termine che non può e non deve essere assimilato alle esperienze del Writing, dato che si tratta di un linguaggio codificato.






Nel caso di Baranzate credo che l’aspetto di riqualificazione possa nascere più che altro da una dimensione quotidiana e sociale del fare Writing, oltre ad altre esperienze culturali, che deve essere legato prevalentemente ad una dimensione relazionale. E’ in realtà quest’ultimo l’aspetto fondamentale che può, di fatto, determinare una riqualificazione di un luogo e dargli una connotazione diversa.
Un caso fortunato di riconversione di una zona che ha delle peculiarità per certi versi simili a Baranzate è quello di Metelkova, ex complesso militare a Lubiana che ho visitato l’anno scorso, nato successivamente ad un’occupazione da parte di associazioni indipendenti di artisti e intellettuali per evitarne la demolizione. E’ un luogo che si pone ora come una delle zone più vive della città poiché sono nati lì un museo, delle associazioni culturali, alcuni centri sociali, dove il Writing viene vissuto come esperienza quotidiana e parte integrante del posto stesso.




Jam Pirata 3.0, che ha visto la partecipazione di diversi writer, può allora essere considerata come l’input iniziale di un percorso che, se portato avanti coerentemente, può dar vita ad un nuovo centro di produzione culturale secondo delle dinamiche completamente diverse rispetto a quelle nate da origini istituzionali.

Giada Pellicari



Per la realizzazione di questo articolo: Grazie a tutti i ragazzi di Proprietà Pirata e a Cosimo Griso Alfarano

All Pictures Courtesy: Cosimo Griso Alfarano
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