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martedì 29 marzo 2016

MATTIA CAMPO DALL'ORTO IN KURDISTAN PER "NIENTE PAURA"


Recentemente sei stato ospitato a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per il progetto intitolato "Niente paura": dato il tuo portfolio di artista giramondo, quali sono state le tue impressioni sulla situazione in quell'area?

La situazione a Erbil è surreale, come me l'avevano descritta. A prima vista la vita in città scorre normalmente (per i residenti). Ma la guerra è vicina: ne capisci gli effetti quando inizi a notare la quantità di sfollati che vivono in periferia oppure quando ascolti le storie di chi cerca di ricominciare da zero, con piccoli lavori pagati qualche dollaro al giorno. Allora ti rendi conto di assistere a una tragedia quotidiana, in cui la fuga e le perdite si evolvono lentamente nell'accettazione dell'insicurezza e della precarietà. Nonostante questo, ho visto grande dignità Tuttavia le identità religiose e culturali rischiano di irrigidirsi e questa fierezza potrebbe sfociare in nuovi conflitti sociali. Tra le giovani generazioni c'è voglia di divertirsi, di vivere in pace (oltre a tanta curiosità verso l'Europa). Su questi presupposti alcuni volontari, educatori e operatori culturali stanno lavorando per sostenere una cultura della convivenza e della solidarietà inter-etnica e inter­religiosa. L'arte probabilmente può giocare un ruolo importante per esprimere questo desiderio di serenità e libertà.

Quelli che hai realizzato insieme ai giovani volontari del progetto Youth Spring Across Ethnicities sono stati tra i primi interventi di street art in un territorio "vergine": qual è stata la reazione della comunità locale?

Il mio non è stato il primo lavoro artistico per le strade di Erbil. In città ci sono alcuni murales realizzati con tecniche tradizionali, di stampo accademico, e un approccio decorativo. La novità del mio progetto è stata quella di creare un'opera svincolata da committenze, pressioni, profitto e dall'appagamento estetico. La libertà di potersi esprimere si è tradotta nella volontà di relazionarsi con le persone: è questo che adoro della Creatività Urbana ed è questo l'elemento di originalità di interventi come questo.


Anche tu come noi hai sempre messo il dialogo davanti alla mera realizzazione dell'opera: quali sensazioni ti ha dato l'interazione con una realtà diversa da quella in cui sei cresciuto artisticamente?

Ci tenevo a confrontarmi con i "localz". La progettazione dell'intervento è passata attraverso un percorso compartecipato, coinvolgendo giovani residenti e non. Abbiamo svolto un lavoro molto stancante però ho trovato nei partecipanti una forte motivazione: tanto entusiasmo per fare qualcosa di nuovo, per sperimentare. L'attività ha preso la forma di un workshop in cui le idee sviscerate sono state riorganizzate e rappresentate: a gruppetti, ragazzi e ragazze hanno dipinto molte superfici del centro, rendendolo un luogo più accogliente. Non è stato facile comunicare con il gruppo ma ho notato che alcuni partecipanti sono rimasti colpiti da questo metodo: grazie a esso anche i più timidi, giovani e inesperti hanno avuto un ruolo decisivo nel prendere decisioni e realizzare i dipinti. A differenza di quello che molti di loro pensavano, l'artista non deve necessariamente cercare l'approvazione degli osservatori, nemmeno per quanto riguarda l'arte pubblica. Spesso è sufficiente un metodo di lavoro genuino e onesto che rispetti lo spazio e la comunità che lo vive. L'originalità dell'opera si raggiunge spesso quando si introducono elementi di rottura... elementi non previsti dal gusto dominante... elementi che possono sorprendere anche l'artista stesso.

La tua seconda opera è stata realizzata all'interno del campo di Ashti: quale lezione hai portato a casa in cambio del lavoro che hai lasciato?

 Al campo sfollati la situazione è ben diversa dalla città. La depressione è palpabile perché un'intera comunità di 6000 persone vive in stand­by tra la difficoltà di integrarsi e l'impossibilità di ritornare a Mosul, abbandonata da un giorno all'altro sotto la minaccia dello Stato Islamico. Ho avuto la fortuna di poter lavorare nel luogo più vivace del campo, ovvero la scuola elementare, frequentata da studenti tra i sei e i dodici anni. Bambini testimoni di una violenza inaudita, persone che probabilmente non rivedranno più casa, che non hanno più notizie di molti amici e parenti, che non vedono entusiasmo o speranza nella maggior parte degli adulti. Eppure, si sono appassionati a questa nota di colore, sono stati coinvolti dal dipinto, divertiti dal vedermi uscire dai contorni, tra schizzi e colature. Con poche parole e molta mimica, ho tratto ispirazione dai giovanissimi con sessioni di disegno e di gioco. E mi sono accorto che avevano un estremo bisogno di giocare. Necessità e voglia. Mi sono chiesto se al loro posto, sarei riuscito a conservare quel desiderio di stare in compagnia, svagarsi, ridere e scherzare. Sicuramente ne avrei bisogno anch'io... non so se ne avrei la forza.

Cosa vuoi regalare ai nostri lettori da questa esperienza?

Per me questa è stato un viaggio umanamente forte, indimenticabile; professionalmente è stata un'occasione per sviluppare e sondare i limiti di fare arte con un metodo compartecipato. Saranno i lettori (e i viaggiatori) a valutare se questo modo di fare arte urbana può essere una via efficace per non restare indifferenti. L'artista non vive fuori dalla società... questa la considero una visione romantica. Non voglio convincere nessuno. Chi ha più domande che risposte, chi non si ferma agli stereotipi, chi troverà la voglia di viaggiare, vedrà con i propri occhi l'ospitalità e i drammi del Kurdistan...e di chissà quanti altri luoghi dove non c'è pace. Se ci si trova là a dipingere, come si può rimanere impassibili senza adattare la propria creatività al contesto? A mio avviso la Creatività Urbana ha grandi potenzialità e gli artisti urbani possono impegnarsi, essere attivi nella società civile, dare forma e colore agli spettri e alle speranze delle persone. Basta ascoltare, anzi, sentire.


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